I Millennials spengono le luci della discoteca ?

Da principessa a Cenerentola. In Italia, fino al 2005, sui locali da ballo era fondata l’economia della notte, poi il declino

Da principessa a Cenerentola. In Italia, fino al 2005, sui locali da ballo era fondata l’economia della notte, poi il declino.  E così, nel paesaggio urbano, si stagliano come relitti sugli scogli del nuovo millennio le grandi discoteche che un tempo erano il vanto e l’orgoglio del Paese.
Quelle strutture che contendevano il podio a Ibiza o Miami , ora non sono che scheletri di cemento lasciati all’incuria del tempo .

Secondo l’ultima ricerca Fipe-Istat (2016 ), sono i Millenials a «tradire» la discoteca.
Rispetto al 2008, i giovani dai 20 a i 24 anni che vanno a ballare almeno una volta all’anno sono diminuiti di 342mila unità e quelli dai 25 ai 34 anni di 939mila.
Ma questo significa che la nuova generazione non ama più ballare ?
Assolutamente ,no. Anzi : è esattamente il contrario , e per ironia della sorte è proprio questa gran voglia di divertirsi e ballare che ha decretato la crisi della “classica “ discoteca.
Si balla ovunque: circoli, ristoranti, ville private e masserie e questo sottrae 2 miliardi all’anno di fatturato ai locali classici . Così l’economia della notte è sempre meno basata sulla discoteca.

Prendiamo il prezzo del biglietto: il 22% è per l’Iva, il 16% riguarda l’imposta di intrattenimento, il 5% va alla Siae e il 2% è per l’Scf . Un totale del 45% , con il restante si pagano i contributi per i dipendenti, gli stipendi, i costi di gestione, quelli per il cibo e per le bevande. E gli utili che restano sono ulteriormente tassati del 57%.

Pesano in maniera crescente, discopub, stabilimenti balneari aperti tutta la notte, live club, circoli, eventi “one night”: un complesso di locali più o meno abusivi che fattura 70 miliardi di euro all’anno e dà lavoro, in maniera stabile o temporanea, a oltre 1,5 milioni di persone senza però pagare le imposte che tagliano le gambe ai gestori di discoteche .
A tenere in piedi i classici locali sono i flussi turistici, soprattutto dall’estero.
Influenti al punto che nell’82,4% dei casi, la presenza di discoteche è centrale nella scelta dei turisti.
Il 60% del fatturato «deriva da clienti non residenti sul territorio, con un indotto per le località di vacanza di 5,5 miliardi di euro.

Recessione economica ? Forse no

La recessione economica è una scusa scontata, la verità è che gli addetti ai lavori non sono stati in grado di rinnovare il prodotto-discoteca che è rimasto identico a quello degli anni 90 e non esistono locali se non quelli nati negli anni 70 e 80, strutture vecchie, non al passo con la tecnologia che in Europa ha riqualificato i club

In Europa se la passano meglio ?

Non sembra , visto i dati forniti da La Repubblica :

In Olanda: dal 2001 al 2011 il 38% delle discoteche ha chiuso. Gran Bretagna: nel 2005 c’erano 3144 discoteche, oggi ce ne sono 1733 . Berlino resiste: i 350 club attivi sono sempre lì ma i loro introiti sono in caduta libera. E in questo settore l’Italia è pienamente integrata con l’Europa: nel 2005 il censimento delle discoteche si concludeva con un numero che andava verso le cinquemila unità. Oggi di attive ce ne sono solo 2500

Quindi Il cambiamento, o meglio, il peggioramento, è sociale, culturale e politico.
I giovani nati tra il 1977 e il 1994, preferiscono il divano dell’amico piuttosto che il privé, la musica su Spotify piuttosto che in pista e il drink bevuto in un lounge bar piuttosto che schiacciati contro il bancone.
Sono molto diversi dai loro genitori: sono cresciuti immersi nella tecnologia, sono diventati adulti armati di smartphone, ossessionati dai social media e preferiscono spendere i loro guadagni in esperienze di valore piuttosto che in cose materiali e cercano la condivisione tecnologica, ne sono fruitori attivi
Se la “millennial generation” non va in discoteca, dove va? Pratica sport, si “abbuffa” di serie televisive, beve alcolici a casa di amici o in locali alla moda, legge, guarda film e va ai concerti, partecipa ai festival e si diverte agli happy hour

Old Fashion

In questo panorama desolante quindi la longevità di Old Fashion è ancora più apprezzabile .
Un locale nato nel 1933 che ancora oggi riesce a coinvolgere settimanalmente decine di migliaia di giovani ,offrendo sei serate su sette ,non è cosa da poco.
Ovviamente si è dovuta reinventare perché ,nonostante il nome , di Old cerca di avere il meno possibile.
Serate con aperitivi, degustazioni di vini , ristorazione, wifi connection e cento altre cose , si sono sviluppate a fianco della pista da ballo, del dj più o meno famoso e alla “ cubista ” dal fisico mozzafiato.